Acquerello libero: che cosa vuol dire davvero

John Singer Sargent, «Scuola Grande di San Rocco» — acquerello (immagine di pubblico dominio). Guarda i gradini: sono tre pennellate, non una in più.
Se leggi qualcosa sull’acquerello in inglese, prima o poi incontri la parola loose. La traduciamo con «libero», «sciolto», «morbido», e nessuna delle tre dice bene di che si tratta.
Non vuol dire dipingere a caso. Questo è l’equivoco più comune.
Un acquerello libero sta in piedi solo se sotto c’è tutto il resto: una composizione decisa prima, i chiari e gli scuri al posto giusto, pochi colori scelti. La differenza non sta in quello che fai, sta in quello che decidi di non fare.
Non insegui il dettaglio, lavori per macchie grandi, lasci che i bordi si sfumino da soli, accetti quello che l’acqua combina mentre asciuga, e ti fermi prima. Un lavoro pasticciato non è libero: è solo pasticciato.
Prima si dipingeva in un altro modo. Per tutto l’Ottocento l’acquerello è stato soprattutto uno strumento per documentare: vedute di città per chi non poteva viaggiare, tavole di piante e di animali per gli studiosi, disegni di coste e fortificazioni per gli eserciti.
Serviva che le cose fossero riconoscibili, quindi il segno era netto, il contorno c’era, il dettaglio era il punto.

Pierre-Joseph Redouté, «Rosa alba foliacea», dalla raccolta «Les Roses», 1824 (immagine di pubblico dominio). L’acquerello che serve a far riconoscere una pianta: qui il dettaglio è il mestiere.
Che cosa è cambiato. Il cambio comincia già con Turner e Constable, che smettono di descrivere il paesaggio e cominciano a dipingere il tempo che ci passa sopra.
Poi arrivano gli impressionisti e spostano l’attenzione dalla cosa alla luce che la illumina: se la luce dura un attimo, non hai il tempo di rifinire.
All’inizio del Novecento Sargent e Winslow Homer dipingono all’aperto, in fretta, per macchie, e non gli interessa più che tu riconosca ogni finestra: gli interessa che tu senta l’ora del giorno. È da lì che viene l’acquerello che oggi chiamiamo libero — non è una moda di adesso, ha più di cent’anni.
Come si riconosce. Sono cinque cose, e le vedi anche senza sapere niente di tecnica:
- i bordi delle forme sono in gran parte morbidi, non tagliati;
- ci sono zone di carta bianca lasciate lì apposta;
- ogni forma è fatta con poche pennellate larghe;
- i colori si mescolano sul foglio bagnato, non nella tavolozza;
- il dettaglio nitido c’è, ma solo in un punto, dove l’occhio deve fermarsi.
Cinque minuti, se hai voglia. Dipingi lo stesso soggetto due volte. La seconda, dattene la metà del tempo e prendi un pennello più grosso di quello che sceglieresti. Quasi sempre è la seconda che piace di più — a te e a chi guarda.
Se vuoi leggere qualcosa, i due libri stanno agli estremi opposti e per questo insieme funzionano: Atmosfera ad acquarello di Jean Haines, che è il manifesto del modo libero, e Pittura botanica ad acquerello, che insegna esattamente il contrario. Sapere fare tutte e due le cose è quello che ti lascia scegliere.
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Fonti: Kerrie Woodhouse su che cosa significa davvero dipingere «loose»; Tate sul passaggio da acquerello descrittivo ad acquerello atmosferico.
Cristina Mollica · acquerellista e insegnante, studio CiaoArte a Lodi · chi sono
Queste cose, nello studio CiaoArte a Lodi, le proviamo su carta. Se sei da queste parti, la prima lezione è gratuita: arrivi, dipingi, poi decidi.
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