Il rosso che si ricava da un insetto
Se guardi una pala di fico d'India in una campagna del sud e vedi delle macchie bianche, farinose, come piccoli batuffoli di cotone attaccati alla foglia, hai davanti la storia di uno dei rossi più preziosi mai esistiti.
Sotto quella polvere bianca c'è un insetto. E dentro l'insetto c'è il carminio.

Che cosa dice il tuo tubetto
Partiamo dalla parte utile, poi ti racconto da dove viene.

Ecco, questo è il colore. Adesso la parte pratica.
Sul tubetto, sotto il nome commerciale, c'è sempre la sigla del pigmento: è l'unica cosa che dice davvero che cosa stai comprando.
- NR4 — carminio di cocciniglia vero, quello dell'insetto. Bellissimo e fuggitivo: alla luce sbiadisce in pochi anni. Oggi lo trovi solo in poche linee artigianali, quasi sempre con l'avvertenza sulla scarsa resistenza
- PR122 — magenta di chinacridone, il più freddo
- PV19 — rosa permanente, quinacridone rose
- PR177 — l'«alizarina permanente», l'imitazione stabile della vecchia alizarina cremisi
Quindi: se sul tubetto c'è scritto carminio o cremisi ma la sigla è PR122, PV19 o PR177, non è cocciniglia. È un pigmento moderno che ne imita il colore e non sbiadisce. È quello che compriamo tutti, ed è la scelta giusta.
E se c'è un nome bellissimo e nessuna sigla, quasi sempre è una miscela.
Detto questo — quel nome sul tubetto è l'ultimo pezzo di una storia lunga duemila anni.
Un insetto minuscolo su una pianta spinosa
Si chiama Dactylopius coccus. È lungo pochi millimetri, non vola, e passa tutta la vita attaccato alle pale del nopal — il fico d'India — succhiandone la linfa. Per difendersi dal sole e dal vento si copre di una cera bianca: è quella che si vede da lontano.
Il corpo della femmina contiene acido carminico, una sostanza rossa che serve a tenere lontani i predatori. È lo stesso rosso che finisce sui tessuti, nei quadri e — ancora oggi — in certe caramelle.
La resa è la parte che colpisce di più. Per ottenere poco meno di mezzo chilo di colorante servono circa settantamila insetti essiccati. Non è una cifra da leggere di sfuggita: significa che ogni grammo di carminio è il risultato di una raccolta lentissima, fatta a mano, pianta per pianta.
Nocheztli, il sangue del fico d'India
In Messico la cocciniglia si coltivava molto prima dell'arrivo degli europei. In lingua nahuatl si chiamava nocheztli, «sangue del fico d'India». Gli Aztechi la ricevevano come tributo dalle province, in sacchi e in panni già tinti; a Oaxaca intere comunità vivevano di quello.
Non era raccolta selvatica: era allevamento. Gli insetti venivano staccati dalle pale con un pennello morbido — spesso una coda di cervo — e raccolti in un piatto di zucca. Poi, per ripopolare le piante nuove, si appendevano alle pale dei piccoli nidi intrecciati di palma pieni di femmine gravide: le larve uscivano da sole e si sistemavano sulla foglia.


Il rosso che l'Europa non sapeva fare (e come è finito)
Quando i sacchi di cocciniglia arrivarono a Siviglia, negli anni Venti e Trenta del Cinquecento, in Europa successe una cosa semplice: nessuno aveva mai visto un rosso così.
I rossi che si usavano fin lì venivano dal chermes, un altro insetto mediterraneo, e dalla robbia, una radice. Erano rossi belli ma smorzati, che tendevano al mattone. La cocciniglia dava un cremisi profondo, freddo, luminoso, e ne bastava molta meno.
Il risultato fu commerciale prima ancora che artistico. All'inizio del Seicento la Spagna ne esportava oltre centomila chili l'anno, e per tutto il Settecento la cocciniglia fu la seconda merce più preziosa che arrivava dalle Americhe, subito dopo l'argento. Vendere insetti vivi fuori dal Messico era vietato: il monopolio durò quasi tre secoli, tra spie, contrabbandi e tentativi falliti di trapiantare il nopal altrove.
Nel frattempo il carminio entrava negli atelier. Precipitando l'acido carminico su un sale di alluminio si otteneva una lacca: un pigmento trasparente, da velatura, perfetto per gli incarnati, per le vesti, per i cieli al tramonto. Le giubbe rosse dell'esercito britannico venivano dalla stessa fonte.
Poi, dalla seconda metà dell'Ottocento, arrivò la chimica: prima i colori di anilina, poi l'alizarina sintetica nel 1868. Il prezzo crollò e gli allevamenti messicani si svuotarono. Oggi se ne producono ancora un paio di centinaia di tonnellate l'anno, soprattutto in Perù, in Messico e alle Canarie, ma quasi tutte per l'industria alimentare e cosmetica.
Restano i fogli. Molti acquerelli ottocenteschi che oggi vediamo grigiastri o freddi erano nati con dei rossi che non ci sono più (qui avevo raccontato un altro capitolo di questa storia, quello del magenta).
Un piccolo esercizio, se hai voglia: prendi il rosso più freddo che hai, stendi una velatura leggerissima su un foglio e lasciala asciugare. Poi passaci sopra una seconda velatura, poi una terza, aspettando ogni volta. Guarda come cambia. È così che lavoravano con le lacche: non con la forza del colore, ma con la pazienza degli strati.
Per approfondire
- Amy Butler Greenfield, Un rosso perfetto, Sperling & Kupfer, 2005
- Elena Phipps, Cochineal Red: The Art History of a Color, Metropolitan Museum of Art, 2010
- Victoria Finlay, Colori. Storie di ocre, azzurri, gialli, cinabri, oro, Ponte alle Grazie, 2004
Cristina Mollica · acquerellista e insegnante, studio CiaoArte a Lodi · chi sono
Queste cose, nello studio CiaoArte a Lodi, le proviamo su carta. Se sei da queste parti, la prima lezione è gratuita: arrivi, dipingi, poi decidi.
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