Turner, l’uomo che lasciò trentamila fogli

J. M. W. Turner, «Il Rigi rosso» (1842) — acquerello, National Gallery of Victoria, Melbourne (immagine di pubblico dominio)
Se chiedi a un acquerellista chi è il più grande di tutti, il nome che salta fuori quasi sempre è uno solo: Joseph Mallord William Turner, inglese, 1775-1851.
Entrò all’accademia a quattordici anni e passò la vita a camminare, guardare il tempo e dipingerlo.
Come lavorava. In viaggio portava taccuini di ogni forma, alcuni cuciti da lui, e disegnava a matita a velocità impressionante. Il colore veniva dopo, in studio.
Bagnava il foglio, lasciava cadere il colore sul bagnato, poi lo trascinava, lo puntinava, lo apriva con il pennello. Teneva più fogli in lavorazione insieme e ne chiudeva uno in poche ore.
Per riprendere le luci non risparmiava il bianco: lo toglieva dopo, con l’unghia, con il manico del pennello, con la mollica di pane, con uno straccio umido.
Molti fogli restarono fermi a quello che oggi chiamiamo un «inizio di colore»: solo l’aria, senza niente di disegnato.
I colori che aveva davvero. Gomma gutta, giallo di quercitron, giallo indiano, terre, blu di Prussia, indaco, blu di cobalto, vermiglione, lacca di robbia.
Diversi erano fuggitivi e lo sapeva anche lui: l’indaco naturale se n’è andato quasi del tutto, e parecchi cieli che oggi vediamo grigi erano azzurri.
Spesso preparava il foglio con una velatura grigia o bruna per togliere l’abbaglio del bianco; a Venezia lavorò su carta già colorata, blu o grigia o bruna, lasciando che fosse il fondo a fare il tono.

J. M. W. Turner, «Venezia da Fusina» (1821) — acquerello (immagine di pubblico dominio)
Quanto sono grandi. Qui arriva la sorpresa: sono piccoli. Le vedute più celebri stanno dentro un foglio di trenta centimetri per quaranta — «Una nave di primo rango che imbarca provviste», del 1818, misura 28,6 × 39,7 cm.
I taccuini da viaggio sono molto più piccoli ancora, roba da tenere in tasca. Non serve un foglio grande per fare una tempesta.
Dove si vedono. Alla sua morte lasciò tutto allo Stato: circa ventimila fogli sciolti e più di centocinquanta taccuini, che oggi alla Tate Britain contano decine di migliaia di numeri di inventario.
Stanno nell’ala Clore e si guardano su appuntamento nella sala dei disegni; il catalogo completo però è online, e si sfoglia da casa. Altri suoi acquerelli sono alla National Gallery e alla Courtauld di Londra, a Yale negli Stati Uniti, e il «Rigi rosso» qui sopra è a Melbourne.
Tre cose che si raccontano di lui. Che si fece legare all’albero di una nave per quattro ore, dentro una tempesta, per poterla dipingere: la storia l’ha messa in giro lui, e nessuno è mai riuscito a confermarla. Che il giorno in cui alla Royal Academy si dava l’ultima vernice ai quadri mise una macchia di rosso acceso sul proprio dipinto appeso accanto a quello di Constable, e poi la trasformò in una boa; Constable disse che era passato di lì e aveva sparato un colpo. E che Venezia, la città a cui il suo nome è più legato, la vide in tutto per meno di un mese, in tre viaggi: il resto lo fece a memoria, in studio.
Fonti: Tate sul metodo di lavoro e sul lascito; Winsor & Newton sui pigmenti della sua tavolozza; Chronicle250 sull’episodio con Constable.
Cristina Mollica · acquerellista e insegnante, studio CiaoArte a Lodi · chi sono
Queste cose, nello studio CiaoArte a Lodi, le proviamo su carta. Se sei da queste parti, la prima lezione è gratuita: arrivi, dipingi, poi decidi.
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