Che cosa c’è dentro un godet

Scatola di acquerelli aperta con i godet quadrati, pennello e barattolo d’acqua sul tavolo di un corso

Una scatola di godet a lezione, con la tabella dei campioni scritta a mano — foto CiaoArte, Lodi

Apri la scatola e ci trovi delle pastiglie quadrate, dure, un po’ lucide. Il tubetto contiene la stessa cosa, solo ancora morbida.

Perché si chiama godet. È una parola francese e vuol dire «coppetta», bicchierino.

All’inizio era proprio un piccolo recipiente: il colore ci veniva colato dentro ancora morbido e lasciato asciugare lì. Il nome è rimasto anche adesso che la coppetta è di plastica bianca e sta incastrata dentro una scatola di metallo.

Che cosa c’è dentro davvero. Un acquerello è fatto di due parti. La prima è il pigmento, cioè la polvere colorata. La seconda è tutto quello che serve a farla stare insieme e a farla tornare liquida quando la bagni:

  • gomma arabica, la resina della pianta di acacia: è la colla che tiene la polvere attaccata alla carta;
  • glicerina, che ammorbidisce la gomma seccata e fa sì che il colore si sciolga invece di restare vetroso;
  • miele o sciroppo di zucchero, che trattiene un po’ di umidità: per questo alcuni godet restano leggermente appiccicosi;
  • un antimuffa, perché gomma e zucchero sono cibo per le muffe;
  • fiele di bue, in piccolissima quantità: abbassa la tensione dell’acqua e aiuta il colore a stendersi invece di raccogliersi a gocce.

Godet e tubetto sono la stessa pasta? Quasi. La ricetta cambia nei dosaggi: quella per i godet è più asciutta e più ricca di miele, perché deve seccare in forma solida senza spaccarsi e poi riprendere acqua tutte le volte che vuoi. Quella dei tubetti resta morbida e ha più acqua.

Il pigmento è lo stesso, e infatti un godet lo puoi rifare a casa svuotandoci dentro un tubetto e lasciandolo asciugare qualche giorno.

Quanto è grande un godet. Le misure sono standard in tutto il mondo, ed è per questo che una pastiglia di una marca entra nella scatola di un’altra:

  • godet intero: circa 30 × 19 mm, alto 10
  • mezzo godet: circa 19 × 16 mm, alto 10

Nelle scatole piccole da viaggio ci sono quasi sempre mezzi godet.

Il pigmento: ce n’è di comune e ce n’è di nobile. Nella stessa scatola convivono due storie.

Le terre — ocra, terra di Siena, terra d’ombra, rosso inglese — sono ancora oggi terra macinata, si usavano già nelle grotte e costano pochissimo. Poi ci sono i colori nati in laboratorio: il blu di Prussia, comparso per sbaglio a Berlino nel 1706, i blu e i verdi di ftalocianina. Non sono meno «veri»: sono solo molto più stabili alla luce di quelli che si ricavavano da radici e insetti.

In cima alla scala stanno i pigmenti cari: i cadmi, i cobalti, i chinacridoni, e un tempo il vero oltremare, che si ricavava dal lapislazzuli e valeva più dell’oro.

Perché il tuo godet resta duro. Un godet professionale si scioglie appena lo sfiori con il pennello bagnato: dentro ha più glicerina e più miele, che lo tengono morbido e pronto a riprendere acqua.

Uno da studio ne ha meno e ha più carica: resta secco e fermo, devi strofinare, e alla fine sul foglio arriva poca tinta e molta acqua. Se ti succede, non è colpa tua e nemmeno del pennello.

Se vuoi il dettaglio tecnico: serie, cariche e «hue»

Sul tubetto trovi scritto «serie 1», «serie 2», fino a 4 o 5: non è la qualità, è il prezzo del pigmento che c’è dentro. Le terre stanno in serie 1, i cadmi e i cobalti in cima. Un colore di serie 4 può costare il triplo di uno di serie 1, e in una scatola assortita non stai pagando due volte lo stesso colore.

Le linee professionali — «extra fine» o «artist» — hanno molto pigmento, poco altro, e quasi sempre un pigmento solo per ogni colore. Le linee da studio costano meno per due motivi: dentro c’è meno pigmento, e al suo posto più carica (destrina, caolino, gesso); e al posto dei pigmenti cari mettono un’imitazione, che l’etichetta dichiara con la parola «hue» — «giallo di cadmio hue» vuol dire che di cadmio non ce n’è.

Da qui vengono le due cose che si notano subito: i colori da studio sono meno accesi, e le mescolanze vengono meno pulite, perché senza saperlo stai mescolando tre o quattro pigmenti invece di due.

Cinque minuti, se hai voglia. Prendi un godet che usi da tempo e guardalo di lato, contro luce: vedrai le crepe e i solchi lasciati dal pennello. È la mappa di quello che dipingi più spesso.

Io in scatola tengo gli Schmincke Horadam: sono il regalo importante, quelli che duri una vita. Se invece stai cominciando e non vuoi spendere, i Sonnet sono quelli che uso a lezione con tutti: costano poco e vanno benissimo.

Sono affiliata Amazon: se acquisti da questi link ricevo una piccola percentuale, a te non costa niente in più.

Cristina Mollica

Cristina Mollica · acquerellista e insegnante, studio CiaoArte a Lodi · chi sono

Queste cose, nello studio CiaoArte a Lodi, le proviamo su carta. Se sei da queste parti, la prima lezione è gratuita: arrivi, dipingi, poi decidi.

← Tutti gli appunti dallo studio

Condividi link copiato

Corsi di acquerello a Lodi e online — guarda giorni, orari e pacchetti su ciaoarte.it

© CiaoArte — Cristina Mollica. Il link a questo articolo si può condividere liberamente, e se ne possono citare brevi passaggi indicando la fonte e collegando l'originale. La riproduzione integrale di testo o immagini, su qualsiasi supporto, richiede autorizzazione scritta.

Avanti
Avanti

Turner, l’uomo che lasciò trentamila fogli