Il grigio di Payne: storia di un colore inventato per non usare il nero

Acquerello di un faro tra le onde, dipinto con grigi freddi

«Faro nella burrasca», 2013 — acquerello su carta, 29 × 39 cm — © Cristina Mollica

Nella scatola di quasi tutti c'è. Si chiama grigio di Payne, e non è un grigio qualunque: è freddo, un po' blu, un po' viola, e ha il nome di una persona.

Chi era Payne. William Payne nasce nel 1760 e a diciotto anni entra come disegnatore al servizio dell’ufficio che si occupava delle difese del Regno: gli insegnano disegno, matematica, prospettiva, come si rileva un territorio. Dal 1783 lo mandano ai cantieri navali di Plymouth, a disegnare coste e fortificazioni. Nei giorni liberi cammina per il Devon con i colori: rocce, alberi, cielo umido, la pioggia che arriva dal mare.

Veduta del fiume Tavy ad acquerello di William Payne, con una barca a vela e le colline nella foschia

William Payne, «Il mulino sul Tavy» — acquerello conservato a Yale, negli Stati Uniti (immagine di pubblico dominio). È il fiume che aveva sotto casa negli anni di Plymouth: la lontananza è tenuta insieme tutta dai grigi.

Nel 1790 si stabilisce a Londra e il suo modo di dipingere piace: niente contorno a penna, solo velature una sull’altra, il pennello aperto a ventaglio per le foglie, i chiari ripresi bagnando la carta e tamponando con la mollica di pane. Diventa il maestro di disegno più richiesto della città — fra i suoi allievi c’è John Glover — e sono proprio le lezioni a far girare il suo grigio.

Il suo problema era il nero. Il nero, in acquerello, spegne: ne metti una goccia dentro un colore e quel colore muore, diventa opaco e senza luce. Payne si preparò allora una miscela da usare al posto del nero — un blu profondo, una lacca rossa, una terra — e ne venne fuori un grigio che restava trasparente, che sapeva ancora di pioggia e di distanza. Gli allievi lo chiesero, i colorifici lo misero in commercio, e da allora porta il suo nome.

Valle del fiume Wye ad acquerello di William Payne, con un castello in rovina e le montagne lontane nella foschia grigia

William Payne, «Sul fiume Wye» — acquerello conservato a Yale, negli Stati Uniti (immagine di pubblico dominio). Le foglie fatte con il pennello aperto, e la valle che si allontana in una sola scala di grigi.

Cosa è oggi. Le formule cambiano da marca a marca: di solito un blu oltremare o ftalo con del nero, a volte un'ombra di violetto. Per questo il grigio di Payne di un produttore può essere più azzurro e quello di un altro più caldo e fumoso. Vale la pena provarlo su carta prima di affezionarsi. Lo si trova in tubetto e in godet, nelle linee da studio e in quelle da artista: cambia la quantità di pigmento, non l'idea.

Serve soprattutto per l'aria e per il tempo brutto: cieli carichi, montagne lontane, il mare senza sole, le ombre sulla neve. Molto diluito diventa una foschia perfetta; denso è quasi un nero, ma un nero che respira.

Il tranello. È comodo, e la comodità è il suo difetto. Se lo usi per ogni ombra e ogni parte scura, il foglio si raffredda tutto e i dipinti cominciano a somigliarsi fra loro. Meglio tenerlo dove l'aria è davvero grigia — il fondo, la lontananza, il cielo di pioggia — e costruirsi invece le ombre vicine mescolando i colori già presenti nel soggetto. Le ombre fatte in casa tengono insieme il dipinto; quelle in Payne, se sono ovunque, lo appiattiscono.

Cinque minuti, se hai voglia. Fai tre strisce di grigio di Payne: una quasi solo acqua, una media, una densa. Poi accanto prova a rifarle mescolando tu blu oltremare e terra di Siena bruciata. Guardale asciutte, il giorno dopo. Capirai in un attimo quando ti serve il tubetto e quando ti conviene la tavolozza.

Pochissimi colori portano il nome di una persona: il grigio di Payne è uno di quelli, insieme al verde Hooker (un botanico inglese) e al bruno Van Dyck. Quasi tutti gli altri dicono invece da dove veniva la terra o di che cosa era fatto il pigmento: terra di Siena, blu di Prussia, verde smeraldo, terra d'ombra.

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